
Volete avere addosso lo sguardo di tutta una spiaggia mentre camminate lentamente sulla passerella, senza essere diventata una strafiga da un giorno all'altro? Facile, basta spingere una carrozzina con a bordo una bambina paraplegica di sei anni. I mormorii che sentirete non saranno proprio di ammirazione, sembrano più dei
poverina, ma mica si può stare a sottilizzare. Catapultate al centro dell'attenzione, e senza nemmeno essersi portate dietro il tutore.
La mamma della bambina chiama il
tutore robot: "Adesso ti insegno a farle indossare il robot". Mi vengono in mente subito Arale (il mio cervello funziona così: bambina+robot=Arale), o al massimo alcune sigle di cartoni animati. Non è niente del genere: una specie di gambale di plastica che arriva fino all'anca, con un sacco di cick-e-ciack per farlo piegare o irrigidire a seconda delle esigenze: ma anche dopo averla allacciata con cura, lei cammina male, aggrappata a delle stampelle enormi e per pochi minuti (e metri).
Ogni robot ha un'arma?
Io che da bambina stravedevo per Goldrake, l'alabarda spaziale, le lame rotanti e il tuo cuore nessuno lo piega, ho un'arma personale: l'ironia. I bambini, però, ne sono sprovvisti. Lei non sa che farsene della mia ironia.
La sua arma la devo ancora scoprire, se e quando deciderà di mostrarmela.