
• sabato 23 luglio 2005
Coi 30 anni di ritardo che su certe questioni il nostro paese mantiene cocciutamente, e con la complicità di due pellicole che escono contemporaneamente nelle deserte sale cinematografiche d'estate (un film e un documentario, titoli simili, soggetto identico: "Lords of Dogtown" di Catherine Hardwicke e "Dogtown and Z-Boys" di Stacy Peralta. Entrambi dedicati al quartiere di L.A. i cui teenagers misero a punto la concezione moderna di skateboard come fattore della sotto-cultura urbana), anche il pubblico italiano, dunque, s'accorge di uno dei fenomeni cardine della street culture: lo skateboard, appunto, dagli albori clandestini e trasgressivi fino all'attuale proliferazione consumistica. Certo, a leggerne sulla stampa italiana non c'è da stare allegri: solo Edmondo Berselli su Repubblica s'impegna a capirne qualcosa di più. Altrove è tutto un generalizzare, un banalizzare, un catalogare a cacchio, un racchiudere in poveri decaloghi e smunti A-Z l'evoluzione e la mistica di un'idea complessa, che va oltre la tavola a rotelle per occuparsi di estetica, psiche e di cerimoniale della crescita. Anche Parioli ha i suoi skaters. Scendono giù come proiettili per le strade curvose di San Valentino e dei Monti Parioli, a ore improbabili come la canicola delle tre, annunciati dal rullio dei cuscinetti sull'asfalto morbido. Danzano come miraggi. Sono splendidi. Da far impallidire i modelli di Vogue e reggere il confronto con gli efebici colleghi della California meridionale. Tanto per cominciare rifiutano ogni forma di protezione di sicurezza e vengono giù per quelle discese ripide accucciati sulle tavole senza gomitiere, caschetti e altri gingilli da skatepark. Perché a Roma, per fortuna, ha preso piede lo street skate, quello per uomini veri, quello che in America è proibito dappertutto, perché te li vedi spuntare di colpo tra le macchine e perché travolgono le signore con la spesa sui marciapiedi. Ma è lì che lo skateboard smette d'essere un passatempo parasportivo e diventa un simbolo, una rappresentazione, oltre che una chiave tutta particolare di partecipazione alla collettività. Insomma i ragazzi con lo skateboard, sia che si comportino da strafottenti, sia che per timidezza provino a diventare invisibili, appena crescono di numero diventano un fastidio per la cittadinanza, una mina vagante. Roba che gli anziani vedono come il fumo negli occhi e se la cosa prendesse piede non ci vorrà molto perché proibiscano anche da noi, come nei suburbia d'America, l'utilizzo della tavola fuori dagli spazi appositi (recinti tristi, peraltro). Eppure la struggente bellezza della visione di questi ragazzi va ben oltre i modesti problemi che si possono creare: c'è qualcosa di misteriosamente attraente, una celebrazione in movimento dell'età perfetta, una magica armonia, un'appagante sollecitazione estetica a osservare l'incurante minorenne che dribbla gli ostacoli, disegnando ampie curve e poi spigoli improvvisi col suo modesto e perfettissimo mezzo. Un vecchio campione americano di skateboard m'ha raccontato di dover sopportare periodiche accuse di pedofilia perché, adesso che ha passato i trenta, non riesce a rinunciare alla compagnia degli skateboarder che hanno la metà degli anni di lui, né riesce, adesso che è sposato e sistemato, a non seguirne le rischiose peripezie esistenziali e a non spiare la diabolica bellezza dei suoi giovani eredi: "Mi scoccia d'essere costretto a precisarlo, ma non sono omosessuale. Eppure se uno di questi ragazzini mi sfreccia accanto e poi si sfila la maglietta, beh, divento pazzo". Qui, nella misurata Roma Nord, siamo soltanto felici che sia nata e stia relativamente prosperando una scuola locale di skateboard e che aprano come funghi i negozi specializzati. I teenagers arruffati e concentrati che frequentemente vedo sfrecciare per le strade del quartiere sono tra i miei eroi virtuali. Certe volte li incrocio che si dissetano al chiosco che frequento, su a Villa Balestra, mentre parlano fitto tra loro e distrattamente coi piedi continuano a giocare con gli skate. Poi, di colpo, ripartono come uno stormo. Con le camicette scozzesi che svolazzano, le scarpe slacciate ad arte e la sbertucciata tavola Santa Cruz, obbediente ed elastica come uno strumento d'estrema precisione. Stefano Pistolini, Il foglio, 2 luglio 2005
|